domenica, 22 novembre 2009
Perché, perché non potete essere semplicemente felici per me? Perché non riuscite a fidarvi? Perché vi sentite in diritto di rimproverarmi come fossi una ragazzina, facendomi sentire tale? Sono stanca, stanca di avere sempre qualcuno così vicino al mio cuore che cerca di limitarmi, di ridimensionare i miei slanci emozionali, che mi chiede di essere meno triste, meno entusiasta, meno vivace, meno nervosa. Diamine, lasciatemi vivere! Sono stanca di essere il catalizzatore dell'emotività altrui, e di non ricevere mai un appoggio quando sono io a cercarlo. Poi vi stupite delle mie virate. Cosa vi aspettate? Che vi dia conto? Che riesca a non dare di matto pur cercando di accontentare tutto il mondo? Sono adulta, cazzo, adulta - e, sì, ora mi sento tale. Non devo più chiedere il permesso. Qui si tratta delle mie libere scelte. Io vi avverto della direzione che prendo. Avete il diritto di esprimere tutte le preoccupazioni che vi impensieriscono, ma non potete più darmi ordini.
...
Farò il medico. Voglio farlo, e ve lo devo, inutile girarci intorno. Se è per questo, voglio anche imparare a suonare la chitarra. Voglio fotografare. Disegnare come facevo prima, come vi piaceva tanto. Imparare altre lingue. E voglio avere l'esclusiva sui miei sentimenti. Non voglio essere giudicata all'infinito, non mi fa bene, basta, ve ne prego. Ho del potenziale da esprimere per essere all'altezza dell'idea che ho di me, ed il potenziale non esce fuori mettendo paletti. Ho solo questa vita, ed ho quasi 24 anni, quasi un quarto di secolo. Non mi piace sentirmi dilaniata, non ne posso più. Ho sempre fatto del mio meglio, mi merito un po' di... libertà. Se servirà, sì, lavorerò per mantenermi. Mai detto che non sarei stata disposta a farlo. Anzi, volevo farlo io per prima. Qualcosa troverò. Va bene? Basterà a dare legittimità a quelli che considerate capricci?
Dio, se riuscite a spezzarmi il cuore, certe volte...
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mercoledì, 04 novembre 2009
Dopo aver girovagato sola per 20 minuti in Chirurgia 1 alla ricerca del Prof.
Prof. Dottoressina. Lei è con me oggi?
Io Sì, professore.
Prof. Bene. Mi dica dottoressina, lei che esami ha dato?
Io Ahem...
Prof. Non si preoccupi, ho la domanda di riserva: è libera stasera?
Che nella sua testa lui cercava di mettermi a mio agio. Mi sono diventate rosse pure le orecchie. Tra le risate generali delle infermiere. Son cose...
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sabato, 31 ottobre 2009
E' perché ho voglia di innamorarmi che penso a te? Forse è perché sei la parte più appassionata di me, ed io voglio bruciarmi alla fiamma della tua mancanza di inibizioni? O perché voglio sentirmi desiderata e mi piace vedere fino a che punto posso spingermi prima che qualcun altro scappi da me?
(Devo fidarmi dei miei istinti, dicevo. E i miei istinti mi dicono che sarà dura e perlopiù in solitaria: oggi a nessuno piace la mancanza di pietà che c'è nella verità).
(E poi penso che devi prendermi l'anima,
e non mi metterò in gioco per meno di questo.
Non ora.)
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mercoledì, 28 ottobre 2009
Esco. Vedo persone diverse, ne incontro di nuove e rinsaldo vecchie amicizie. Vivo esperienze che divergono sicuramente da quelle della persona che finora mi è stata accanto. E va bene così.
Mi mancava uscire, passeggiare con gli amici. Non lo facevo da anni. Mi rendo conto di non aver vissuto questa città come si deve. E Siena è bellissima quando il sole splende su Piazza del Campo, e cancella il mio rancore inondandomi gli occhi di luce dorata.
Ho preso a bere caffé... rigorosamente decaffeinato. E' diventata un'abitudine, però.
Racconto di me a qualcuno. Persone diverse, con sensibilità differenti. Con alcune di loro rido, con altre rifletto. Vorrei parlare per ore, e mi scopro a dispiacermi che sia ora di tornare a casa o riattaccare: in altri tempi non avrei neanche avuto voglia di iniziare una conversazione. Sono andata a vedere "Tutte le mattine del mondo" con le amiche, e la viola ha accompagnato le nostre risate. Sì, ridevo anch'io.
Vado a lezione, quasi sempre. Prendo appunti, concentrata, e senza che la mia grafia subisca variazioni dovute a tremori improvvisi e familiari. Resto fino alla fine. Faccio il mio tirocinio. Chirurgia, Medicina Interna. Devo scegliere in quale reparto fare l'internato. Ho notato che, da quando esco, le crisi di panico sono diminuite. Oggi ho medicato un'ulcera venosa. Bendaggio compressivo. Non c'era un gran bell'odore... e non ho avuto neanche un accenno di vertigini.
La mia vita si è rimessa in moto, in queste ultime due settimane. Sono fiera di essermi sforzata: all'inizio uscire dal guscio è stata un'imposizione, quando era più comodo rimanere acciambellata attorno al centro del mio dolore. E invece, riesco a pensare ad altro. Riesco a desiderare.
Penso a lui. Penso all'intimità condivisa, e ancora non mi spiego come possa fare il sostenuto con me. Ieri il suo migliore amico ha organizzato una cena per il proprio compleanno, ma non mi ha invitata ("Grazia', io ti voglio bene come ad una sorella, e non perché sei la ragazza del mio amico..."). Un piccolo tuffo al cuore quando l'ho saputo, perché è così che doveva andare, sì, ma credevo in un minimo di correttezza. Mi sbagliavo, ma stavolta non mi sono soffermata sulla ferita, bensì sulla consapevolezza che devo fidarmi dei miei istinti, ed i miei istinti dicono che non ci sarebbe stato spazio per un comportamento diverso. I miei istinti dicevano anche che, passata la rabbia, sarebbe stata solo tenerezza per le sue debolezze, ed un grande affetto, come deve essere dopo dieci anni di rapporti. Non mi aspettavo che la rabbia evaporasse così presto, ma è così. Mi intenerisce. E se la sua decisione è che sia passato, allora la rispetterò.
Oggi ho pranzato con un frappé al cioccolato. C'era Poemiesigarette con me. C'era un amico fidato e vero, a cui voglio un gran bene. Lui non se lo immagina certo quanto mi abbia aiutata. Sono grata... a Dio, se c'è, al Destino, se questo ha senso, a qualunque cosa abbia fatto incrociare le nostre strade. Miracoli, meraviglie della rete.
Oggi ho sentito il mio cuore scongelarsi. Forse è arrivato il momento di pensare solo a me. Di crescere ancora ed essere forte. Ci sono tante possibilità al mondo, ed io guarisco in fretta, oramai. Sono passati quasi cinque mesi. Ed oggi ho ripreso a respirare.
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lunedì, 12 ottobre 2009
Io odio. Odio alzarmi dal letto e sapere già dal mattino quali sono gli eventi della giornata che mi riporteranno alla mente le cose sbagliate della mia vita. Odio svegliarmi cinque minuti prima che suoni la sveglia perché – diamine! - non riesco a regalarmi un oblio dignitoso e non posso prendermela neanche con quell'aggeggio infernale. Odio l'imprevisto, perché per me è più faticoso della media raggiungere una parvenza di equilibrio, e quando ci arrivo c'è sempre un evento che sconvolge dal profondo le mie certezze: comincio a non farcela più. Odio la gente: le persone sanno che gran parte dei rapporti umani è basata su vincoli superficiali, eppure cercano di stabilirne sempre di nuovi, e si prendono la libertà di trascinartici senza pietà, mentre tutto quello che vuoi è startene da sola con te stessa (ed è già troppo da sopportare). Odio fare le cose per bene e non ricavarne la soddisfazione che dovrei, perché mi sembra di non aver fatto mai abbastanza. Odio le chiacchiere alla fermata dell'autobus, sul tempo e la pioggia, perché non c'è bisogno di affligere gli estranei con l'ovvietà. Odio questa città, odierò tutte le città con cui avrò a che fare, ed odio ancor più l'idea che non avrò mai un posto da poter chiamare “casa” e che, per una volta, racconti la mia storia. Odio la convenzione secondo cui “la vita è un dono”... ma chi l'ha chiesto? Odio la sensazione costante di essere fuori posto, di dover dimostrare sempre a tutti che sono degna della loro attenzione, perché l'umiltà e la disponibilità vengono scambiate per ignoranza e ingenuità. Odio il contatto fisico non richiesto, e quelli che si sentono in dovere di fischiare mentre cammini pensando ai fatti tuoi, facendoti sentire come una vacca da macello in vendita sulla pubblica piazza. Odio dovermi sforzare per sentire il bello che c'è, mentre mi riesce più facile prendere coscienza di rabbia, angoscia, dolore, e non riesco neanche a sfogarmi perché sono troppo controllata, troppo. Odio essere in grado di odiare. Odio il sole dopo la pioggia, non serve a niente, fa solo l'aria umida. Odio sentire il rumore notturno delle auto, mentre io sono sotto le coperte: mi ricordano una vita che non potrò più avere, nella città in cui sono nata, un altro tempo, un'altra storia.
E poi odio TE. Sì. Ti odio perché ti ho dedicato un canto d'amore, anni fa, e non hai mai voluto leggerlo: leggere ti infastidisce, e invece quelle parole erano per te, tutte per te, perché il mondo era bello se tu ne facevi parte. Ti odio perché non hai avuto rispetto. Ti odio perché hai avuto la presunzione di pretendere da me ciò che tu non eri in grado di dare. Ti odio perché mi hai mentito. Ti odio perché hai raccontato a degli sconosciuti i fatti miei, distorcendoli a tuo vantaggio. Ti odio per lo sguardo che, tutti i giorni, mi riservano due persone che non hanno la metà della mia forza morale,e tu mi hai tradita per una di loro, una che non mi eguaglierebbe mai perché è una parassita e null'altro. Ti odio perché non c'eri quando avevo bisogno di te, ed ora che vorrei sprofondare piuttosto che affrontarti ogni santo giorno, vuoi esserci a tutti i costi. Ti odio perché mi fai rendere conto che sono una cretina,'ché in nove fottutissimi anni ero stata troppo occupata ad offrirti l'anima per rendermi conto di quanto tu fossi la persona meno adatta a ricevere un regalo del genere. Ti odio perché dicevi di amarmi e cercavi di vincere le mie resistenze, e quando mi sono lasciata amare tu eri già con il cuore altrove... e per anni ho cercato di farmi vedere da te. Ti odio, ti odio perché ti amo ancora – Dio, se è vero, maledizione! - e mi fa schifo l'idea di lasciar avvicinare qualcun altro anche solo per una notte, eppure non ti rivorrei mai indietro, mai più, perché non mi fido più di te, né mi fiderò mai più di chi dice di amarmi.
Ti odio perché mi hai fatto dimenticare come si ama.
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giovedì, 08 ottobre 2009
Accorgermi del modo in cui il tuo viso cambia quando mi vedi ogni mattina mi opprime. Il tuo sguardo per me è preoccupato, pietoso: ora ti ricordi di aver pietà. Tutto sommato è un punto a tuo favore... cominciavo a credere fossi privo di umanità. Mi hai disconosciuta, scacciata, sradicata, ora cosa vuoi? Non hai il buon gusto di lasciarmi in pace?
Invece entri in aula, ti siedi dietro me e per un pò mi regali quello sguardo che mi disgusta. Poi pronunci il mio nome, e mi fai cenno di raggiungerti. Mi avvicino, pensando che forse vuoi confermare ai presenti, le persone alle quali hai propinato la tua versione dei fatti, che quello buono sei ancora tu, io sono la spostata, e tu ti prendi ancora cura di me: purtroppo ho capito tardi quanto sei manipolatore, ed ora rileggo ogni tua azione alla luce di questa consapevolezza.
C'è un minuto di benedetto silenzio. Dopo che hai tenuto il cellulare spento per circa tre mesi, dicendomi che non volevi sentire me, cosa ti aspetti? Che io voglia fare quattro chiacchiere in amicizia? Quale amicizia? So come ti comporti con gli amici, e non ci tengo a far parte di quella schiera. I tuoi rapporti con gli altri sono troppo superficiali: tu sei accanto alle persone solo per dimostrare la tua superiorità intellettiva, e gran parte di loro ne approfitta.
"C'è qualcosa che vuoi dirmi?"
"Mi spiace vederti a disagio perché non conosci nessuno, e devi guardarti attorno per cercare un posto..."
Cosa c'è i sensi di colpa ti attanagliano? Strano, non credevo tu fossi in grado di averne. Fino a due settimane fa era colpa mia. Ovviamente sì, mi assumo le mie responsabilità. Ti ho fatto una scenata nel bel mezzo della strada. Di gelosia e rabbia accumulate in otto mesi. Ed avevo ragione. Cielo, mi hai mentito, hai violato la mia privacy e mi hai anche diffamata, hai portato al limite del pruriginoso la tensione sessuale che si era sviluppata tra te e quell'oca che ti chiama terrone senza vergognarsi e che ora a malapena ti saluta, mi hai usata come scusa per evitare di frequentare i tuoi “amici” (perché io non ti permettevo di uscire, no? Io che avrei dato chissà cosa per prendere una boccata d'aria senza sentirti sbraitare che non avevi voglia, tranne quando le tue oche telefonavano per andare a cena fuori, a teatro, al cinema, ad una festa di contrada – tu in contrada!- e Dio solo sa dove senza di me!)! E osi dire che è colpa mia? “Non sono a disagio. Tranquillo, è tutto a posto.”
“Se proprio vuoi, puoi sederti accanto a me, tu lo sai come sono fatto...”
“Sì, appunto, so come sei fatto. Va bene così.”
E me ne sono andata. Non so perché spreco il tempo a sentire la tua mancanza. Sei un idiota. La verità è che non vuoi ammettere il tuo fallimento. Detesti fallire. Questa storia è andata a puttane per colpa tua. E non ce l'ho con te perché non mi amavi più, né perché la tua biondina si strusciava sulla tua compiacenza mentre io ero dai miei, a cercare di capire come sopravvivere con l'acqua alla gola tra debiti e scadenze, e c'eri per lei ma mai per me. No, non sono infuriata perché sei un ragazzino meno intelligente di quel che pensi, meno intelligente persino di me. Quello che mi manda in bestia è il fatto che mi hai creato una reputazione presso gente che non mi conosceva, ed è una reputazione pessima. Mi hai confezionato ad arte lo svantaggio alla partenza della mia nuova vita, ben sapendo che presto sarei esplosa e tu avresti avuto la scusa perfetta per lasciarmi.
Mi chiedo qual è la tua definizione di Amore. Di cosa parlavi? Perché mi avevi dato a intendere altro rispetto alla scialba prigionia che ti sei regalato. O forse io ci credevo troppo, e ti ho regalato la parte migliore di me... Dio, quanto sono stata stupida e cieca!
Poi, mentre mi sedevo, mi sono resa conto di quello che non ha funzionato tra noi, e l'ho riassunto nei gesti che hanno preceduto la nostra conversazione. Tu mi hai chiamata, e mi hai fatto cenno di raggiungerti, come un imperatore assiso al trono: non c'hai pensato minimamente ad alzarti dal tuo posto per venire a parlarmi. Io mi sono sentita chiamare ed ho obbedito: non permetto mai a nessuno di scomodarsi per me. Tu sei troppo esigente, io troppo accomodante: l'uno l'opposto dell'altra.
E non siamo opposti come un protone ed un elettrone, l'uno legato all'altro, a gravitare fino al decadimento. Noi siamo opposti come la materia e l'antimateria. Avvicinandoci, non poteva venirne fuori che un'implosione.
Mi chiedo come ho fatto a non rimanere disintegrata.
Vedi, sono più forte di quello che pensavi. Posso considerarla la mia vendetta. E tu hai riguadagnato la tua agognata libertà. Ora goditela, e lasciami in pace.
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lunedì, 14 settembre 2009
"E' che mi manchi..."
"Lo so che è difficile, ma si sopravvive a queste cose, anche se ora non ti sembra così... E poi io sono sempre qui, ci sarò sempre."
"Ma non è più lo stesso! Io non voglio un'amicizia con te, non riesco ancora a dare un senso a quello che è successo!"
"Anch'io sto male. Ma non posso mentirti, non ne sono in grado: se tornassimo assieme per me non sarebbe più lo stesso, mi sembrerebbe finto."
"Non mi ami più?"
"Non posso cancellare il bene che ti voglio. Ma, forse, ora che siamo divisi, probabilmente vivremo questo affetto in maniera migliore."
"Credevo ci fosse qualcosa da salvare, visto che due mesi fa mi avevi telefonato piangendo e dicevi che forse potevamo ricominciare..."
"Stavo male anch'io. Ehi... cerca di stare su. Io ci sarò, te l'ho già detto. Ti reputo una persona bellissima, mi hai fatto stare tanto bene, e non ti giudico solo da quello che è successo alla fine."
"Io non capisco, ho cercato di trovare un senso, e più che ammettere le mie colpe non posso fare..."
"Anch'io ho capito dove ho sbagliato..."
"E non basterebbe ammetterlo e ricominciare? Insomma, come si fa a rimanere assieme per sempre se al primo ostacolo si è pronti a mollare tutto?"
"No, non si può. Non posso più stare con te, mi spiace, non posso mentirti"
"Va bene, meglio saperlo e mettersi l'anima in pace, no?"
"Su, cerca di non abbatterti. Non è successo niente, si cresce anche così."
"Non dovevo chiamarti, tu hai i tuoi problemi."
"Non preoccuparti, lo sai che puoi chiamarmi quando vuoi"
"No, non occorre. Mi spiace, non dovevo sfogarmi così..."
"Guarda che io sono sempre la stessa persona!"
"Ma così non è lo stesso per me. Io non ci riesco, scusami."
E finalmente ho pianto.
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martedì, 08 settembre 2009
Siena è più fredda di quanto mi aspettassi in questa stagione: adesso posso riprendere fiato. Adesso posso studiare, solo un pò, solo il minimo per non sentirmi una completa fallita. Perché è questo che dovrei fare, no? E' questo che ci si aspetta da me. Che io coltivi quella che una volta era una passione con lo stesso spirito di sempre, anche se adesso non so più cos'è, forse un sogno, forse un capriccio, forse la strada sbagliata.
Devo essere nata sotto una stella cattiva. Oppure questa città mi odia. Pensandoci bene anche il mio paese mi odia, perché non ricordo vera felicità da quando vivo in Italia, e la mia terra l'ho lasciata che avevo solo sei anni. O, forse, è solo quello che provo adesso che vedo una strada offuscata, come quando il sonno non ti permette di tenere gli occhi aperti, ed è “sì, ancora cinque minuti...”, poi riprendo in mano la mia vita. Cinque minuti lunghi due anni. Cinque minuti che hanno sgretolato come intonaco vecchio parecchie certezze, eppure non credo di essere stata mai così forte, nonostante la vista annebbiata, i passi incerti e le tante parole “fine” capitatemi tra capo e collo.
Sono tornata al paese con la determinazione a sopravvivere. Sono entrata in casa piangendo, e le mie lacrime hanno incontrato quelle di mia madre davanti a tutti, all'ansia di farmi ridere del mio scapestrato, insopportabile, furente, tenero fratellino, e all'abbraccio goffo di mio padre, con le sue braccia buone a tirar su tanti pesi e avare di tenerezze. E' stata rabbia, e crampi e pesi sullo stomaco: cinque chili persi in una settimana, e ancora vertigini, ma stavolta non c'era la tua spalla a sostenermi. E' stato convincermi di ciò che dicevi, è meglio così. Ti dirò, mi è sembrato facile. Per un po' ti ho odiato, ed i miei sogni malati mi restituivano rivincite e interminabili repliche delle tue parole. Intanto nella mia mente risuonava l'”Amore Mio” che era per te tutti i giorni, anche se credo tu non lo volessi sentire più da molto tempo. Ho combattuto me stessa, ho provato a non amarti, ho ricordato le frustrazioni, le privazioni, l'arroganza e l'isolamento, ho cercato di convincermi che l'amore non basta, e mi sono maledetta, maledetta per sempre, maledetta per la mia melensa idiozia, maledetta per giustificarti ancora. In realtà credo di aver ibernato il mio cuore, ma questo lo scoprirò solo il 2 ottobre, quando ti rivedrò, e non avrò più il diritto di essere gelosa, né potrò sentire familiarità per te. Ho rigirato la questione parlando a me stessa, parlando con mia madre, con Francesca che si sposava mentre tu mi lasciavi, e niente, sappi che hai torto. Sappi che qualunque genere di reazioni io abbia avuto, esagerate, fuori luogo, anomale, io sono giustificabile, tu no. E non credere che io abbia trascurato qualcosa, tutt'altro. Ho cercato le mie responsabilità, ed ho compreso che ti ho messo sotto torchio, ho voluto troppa onestà, troppa trasparenza, e tu ti sei trovato senza vie d'uscita, così il tuo castello di stronzate è crollato miseramente e a quel punto eri troppo orgoglioso per ammettere che avevi cercato di manipolare le mie convinzioni, troppo orgoglioso per le scuse, meglio darci un taglio. Potevi almeno risparmiarti di raccontarmi l'illusione in cui vivevo: questa è stata cattiveria. Mi amavi? Davvero? Abbastanza da fidarti di me? Abbastanza da conservare la lealtà? Non sai quante volte me lo sono chiesto, così ho deciso che dietro la schiena mi farò tatuare il grido di guerra di Boudicca, “la Verità contro il Mondo”, e da adesso sarà il mio grido in faccia a chiunque incroci la mia strada, o il mio monito a chiunque tenti di pugnalarmi alle spalle. E tu, qual è la tua verità? C'è stato un solo momento di questi quattro anni in cui tu ti sia sentito veramente mio? Il fatto che tu non stia bene non è una giustificazione. Da quando è morto il mio adorato nonno neanche io sto bene nella mia pelle, eppure cerco di non trascinare nessuno nel mio baratro di cinismo e follia. E non tentare neache di dare la colpa a me, non ti appoggerò più in questo, perché sei tu che mi hai taciuto i tuoi turbamenti. Sappi che non crederò mai più alle parole “ti amo”. Né crederò più agli abbracci. Se mi hai tradito tu, di chi mai potrò fidarmi?
Ad un certo punto (dopo ore? Giorni? Settimane, forse?) ho deciso che dovevo rimettere in piedi la mia vita: forse è stato quando mi hai detto che tenevi il cellulare spento per non sentirmi - grazie, grazie per avermi informato anche di questo - come se fossi stata io a spezzarti il cuore - un'espressione che non avevo compreso a fondo, eppure il cuore lo senti a pezzi davvero, senti un vuoto profondo lì, tanto da poggiare una mano all'itto della punta per sincerarti che ci sia un dannato muscolo che batte ancora, ed è la verità, salta i battiti, e pesa, pesa come non mai.
Ho pensato che avrei incontrato Ale. Con Ale ho sempre avuto un feeling particolare. Non potevo essergli amica perché non siamo fatti per essere amici, il nostro legame sarebbe dovuto essere di tutt'altro genere, e lo sapevamo entrambi. Così lui mi cercava ogni estate, ed io puntualmente rifiutavo perché avevo te, amavo te, e al diavolo tutto. Ho pensato che forse, ora, avrei potuto immaginare di amare ancora, di amare qualcun altro, di mettere fine alla rabbia. Magari non subito, però Ale avrebbe saputo che, prima o poi, ci sarei stata. E Ale c'era. Ma c'era anche la sua ragazza. Capelli scuri, pallida, sciatta, con le occhiaie: come me, ma quella non ero io. Ale ha fatto finta di non vedermi per circa un mese, impresa eroica in un paesino dalle dimensioni così contenute, ed ho pensato che è stato poco corretto, io almeno cercavo di mantenere rapporti cordiali.
Così ho ricominciato ad uscire con gli amici di sempre: c'era l'irriverente presunzione del mio dentista, c'erano le morbose attenzioni di Tabs - te l'ho sempre detto, sei liberissimo di fare a botte con i molestatori delle tue amiche, però una volta tanto potevi farti venti chilometri per venire da me, a mettere Tabs al suo posto e rivendicare il tuo territorio – e c'era l'allegria scanzonata di G. A dire il vero, G. ha cominciato ad esserci più di tutti, nel punzecchiarci a vicenda per la mancata abbronzatura, nelle passeggiate lunghe tutta la notte, nelle confidenze ironiche e lasciate a metà. Mi è sempre piaciuto il suo modo di fare, è divertente, ecco perché lo frequento, nel caso te lo stessi ancora chiedendo (“che razza di gente frequenti? Le persone che vedo io sono brave persone, perché non esci con loro?”, dicevi quando parlavi di G., come se fosse scappato da un manicomio criminale). Sarà per questo, e anche per la voce roca, gli occhi verdi e i riccioli folti e scuri che l'ho baciato. Senza batticuore e senza rimpianti, tanto, mi sono detta, a che serve farsi scrupoli? E G. mi parlava di vederci, sul serio, senza scherzare, di salire a trovarmi a Siena, perché da quel preciso momento dovevamo vedercela io e lui, così ha detto. Poi, in capo a 36 ore G. ha cambiato idea, siamo usciti assieme e mi ha detto che non sapeva ciò che voleva, che voleva pensare bene a quali erano le priorità nella sua vita, e forse l'amore non era tra queste, che sono una ragazza che non passa inosservata, ma non voleva farmi complimenti per addolcirmi la pillola...
“Ecco, bravo, non farmeli, non ne ho bisogno. Piuttosto dimmi, ti piace un'altra, vero?”
No, no, mi ha risposto. La sera stessa, come mi aspettavo, era allacciato a Raffa, la sorella della mia migliore amica, e non mi ha più rivolto la parola. Ci sono rimasta male, devo ammetterlo. Non perché lui mi piacesse davvero o avessi creduto alle sue parole d'impegno. Più che altro perché con quel bacio ho tradito me stessa, mi sono presa in giro, e subito dopo mi ha presa in giro anche lui. Ed io mi sentivo ancora legata a te cosa ho fatto? Come ho potuto? e mi sembrava di averti tradito come se tu non mi avessi mai lasciata guarda che lui ti ha lasciata! E' finita tra voi!. Mi sono sentita anche rifiutata, a dire il vero. Per i tre giorni seguenti ho sentito di nuovo crampi e pesi sullo stomaco, ho perso altri tre chili, ho camminato appoggiandomi ai muri.
Poi ho deciso che G. non eri tu e dunque non ne valeva la pena, che più a fondo non potevo andare e questa estate me la sarei ricordata tutta la vita, soprattutto quando sarei stata male in futuro: respinta due volte in due mesi con una bugia a coprire un'altra ragazza, rifiutata, raggirata da due persone che neanche si conoscono, manco fosse una cospirazione, una cosa così non credo mi capiterà più. Ho deciso che Adry, la mia tenera, forte amica non mi avrebbe visto più magra di così, perché non deve ricordare quanto odia se stessa ora che ne sta uscendo, perciò a Ferragosto abbiamo mangiato le lasagne in montagna, schiena contro schiena, alla faccia dei trent'anno di G. buttati nel cesso e dei demoni che consumano l'appetito e rimandano bugie dallo specchio, e abbiamo ricordato perché riusciamo ad essere amiche anche da un capo all'altro dell'Italia da così tanti anni. Il resto dell'estate è passato più o meno tranquillamente. Non ho studiato, non mi sono abbronzata, sono uscita tutte le sere, ho ballato tanto con Felice e le tarantelle continuano a non riuscire bene né a me né a lui, ho spiegato di nuovo a Tabs che tra noi non potrà esserci niente, ho conosciuto altre persone, ho glissato sulla nostra separazione, ho evitato di incontrare Ale quando la sua ragazza è ripartita e lui si è fatto sentire, sono andata in altalena alle tre del mattino, ho raccolto le confidenze di Raffa, le ho consigliato come meglio potevo per la sua futura storia a distanza con G., ed ho provato attrazione per cinque ragazzi diversi, capendo che di loro mi piaceva solo l'approvazione che mi davano e di cui, grazie a te sono affamata.
Ora sono tornata ad una nuova vita, io e te siamo nella stessa città, quella in cui ci siamo innamorati, in cui mi hai lasciata. Credo di aver ripreso un paio di chili, e mi chiedo che effetto mi farà rivederti. So che mi manca qualcosa. Con te avevo imparato a piangere, per la tristezza e di gioia. Dovrei studiare, ma passo il mio tempo ad ascoltare le canzoni di Tiziano Ferro e Fiorella Mannoia: sto aspettando la mia cura, le lacrime che mi e ti devo. Ma ho paura di aver dimenticato come farle uscire.
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lunedì, 25 maggio 2009
Un tradimento emotivo è di gran lunga peggiore di uno fisico.
Credevo che il nostro amore fosse incrollabile, forte. Credevo di poter resistere a qualunque privazione. Credevo che questo sarebbe bastato. Invece metti una ragazza con l'istinto per il melodramma e una bulimia di attenzioni. Metti il mio Amore, ingenuo e arrogante, che crede davvero lei abbia bisogno solo di lui. Metti che più qualcuno cerca di metterlo in guardia, più lui si intestardisce perché deve dimostrare a tutto il mondo che, come al solito, aveva ragione lui. Metti che la loro amicizia vada oltre, arrivi a telefonate alle 2.00 di notte, che io che mi arrabbi e che lui la difenda insultandomi. Metti la fiducia che crolla quando scopri la password di una email cambiata. Metti i litigi, la rabbia, e lui che crede di avere un'alternativa sicura a me perché c'è lei lì, che lo aspetta. Metti che scopro come lui manovra le mie fragilità e cerca di darmi colpe che non ho perché io capisca come i cambiamenti nel comportamento altrui siano dovuti a me sola, e invece non è così, io non c'entro niente. Metti un amore platonico, imperdonabile, e bisognerebbe vivere la mia storia per sapere perché.
Pensavo che tra noi non ci fosse spazio per bugie, segreti, manipolazioni e "facciamo finta che non sia così".
Sta finendo, la nostra storia si sta sbriciolando tra le mie mani, e io ancora non riesco a capacitarmi, perché nei miei sogni vedo ancora lui e la casa grande che abbiamo progettato tra lenzuola e pomeriggi di temporale. Mi sento morire.
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lunedì, 11 maggio 2009
Zompettando da un link a un altro ho beccato questo sito qui.
Nient'altro da aggiungere.
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